HOM(m)E

Lungo Via Elio Stilone, da bambino, mi ci sono sbucciato le ginocchia. Si perché a quei tempi si giocava a pallone in strada e la porta era il cancello di un garage. Evidentemente il mio ruolo era il portiere.
A distanza di tempo, come si dice, col senno di poi, non riesco ad immaginare come potessimo tirare la palla contro quella porta sapendo che, al di là di quella, se fosse andata di sotto, avremmo dovuto affrontare, noi piccolissimi, il terribile “tiraciocche”, così lo avevamo soprannominato, il proprietario di un box che puntualmente aspettava proprio che la palla rotolasse per la ripida discesa.

Massimo Valente · HOM(m)E
Massimo Valente

In questi 54,00 mq, comprati da mio nonno negli anni ’70, ho vissuto per un periodo di tempo insieme a mia nonna, che puntualmente, tutti i giorni, ci preparava il pranzo, che puntualmente consumavamo al ritorno da scuola, in cinque intorno al tavolo, nella piccola cucina. A vederla ora sembrerebbe impossibile.
Affittata ad un’amica di famiglia prima, poi divisa tra me che studiavo in una delle due stanze, e mio fratello maggiore, che invece ci abitava, nel tempo si è trasformata nello studio che ho condiviso con mia madre, incisore, ed ora dopo molto tempo e molte cose ci sono tornato a vivere con Reny.
Chiaramente con le opportune modifiche.
L’idea è stata quella di creare un progetto pilota, un luogo in cui poter mostrare come si possa fare architettura anche con un budget ridotto o ridottissimo, se, come nel nostro caso, si è disposti a lavorare, che oltre a fare onore, dona del resto un senso di appartenenza a quello che spesso è un cambiamento doloroso.

La necessità, quella di avere uno spazio in cui lavorare, ma anche una casa di dimensioni adeguate, relativamente alle funzioni per noi gerarchiche.
In tal senso il soggiorno è sicuramente quello che la fa da padrona con i sui 41,00 mq che lasciano appena 13,00mq alla camera da letto, ai due bagni, alla cucina ed al ripostiglio.
Una delle prime scelte progettuali è stata quella di utilizzare tutte le finestre della casa, per illuminare da nord un open space diviso esclusivamente da una parete, sospesa da terra e dal soffitto, che preme verso la superficie finestrata, avvicinandosi ad essa quasi fino a toccarla.
La grande superficie trasparente di circa 11,00mq regala tanta luce diffusa ed una sensazione di maggiore profondità visiva, verso un esterno, purtroppo non del tutto rappresentativo.
Dal soggiorno, la camera da letto è quasi impossibile vederla, come pure capire dove sia il bagno, nascosto dietro una porta a tutta altezza che in realtà è solo un’incisione sulla grande parete per proiezioni, rigorosamente bianca.

A ridosso dell’ingresso, l’angolo cottura che si piega sulla parete con due volumi a profondità variabili, compatibilmente con la funzione che svolgono, sembra una scultura di pietra, che solo il piano di acciaio con vasca integrata ed il piano cottura a due fuochi della Alpes, tradiscono.
Due fuochi ed una macchina per il caffè (e già ne fanno tre), e premetto che mi piace cucinare, sono stati sufficienti per cene che hanno ospitato fino a venti persone, e sono il giusto compromesso per avere a disposizione un maggiore piano di lavoro. E’ una questione di proporzioni: il piano cottura più piccolo fa sembrare il piano lavoro più grande.

Sulla sinistra lo spazio di lavoro camaleontico trasforma il grande tavolo nella zona pranzo e viceversa, mentre alle spalle l’archivio slitta dietro alla parete che comprime e definisce la divisione, sempre invisibile, del soggiorno.
Il piano, fatto con le palanche da cantiere di circa 4,00ml che amplifica la dimensione della scrivania, e la parete di tufo, spostano, come altre soluzioni, l’ago della bilancia tra l’essenziale e il popolare.
Tutto intorno librerie per circa 40,00ml, pareti vuote su cui appendere quadri ma anche tanti spazi contenitivi.
Non ci sono percorsi predefiniti, ma esclusivamente direzioni, suggerite attraverso la giustapposizione di oggetti.

L’idea dei due bagni nasce dai viaggi fatti all’esterno, dove spesso per motivi economici si tendeva a dormire in ostello, e vi assicuro che un lavandino ed uno spazio in cui potersi fare una doccia privata fanno, in certi casi, una grande differenza. Raddoppiati questi, nel caso specifico non restava che condividere un vaso e il bidet.
Nella ricerca di essenzialità ed economia, il bagno è privo di rivestimento e trattato con una vernice a smalto, tranne che per lo spazio, materico, della vasca. Il galleggiamento di questa da terra, insieme ad altri espedienti percettivi, serve a ridimensionarne il volume.
Il soffitto sfonda in corrispondenza della vasca, e la parete che separa dalla camera da letto a forte spessore, amplifica la profondità verso sinistra e consente di sfruttare una piccola porzione di essa come contenitore, con dei piani di lamiera.
Come per la parete di ambito del soggiorno, neppure questa arriva a congiungersi ortogonalmente, ma si interrompe in corrispondenza di una vetrata che lascia intravedere, non la camera da letto, ma una porzione dell’armadio, lasciando filtrare il minimo sindacabile di quantità di luce.
Il piano del lavabo è stato realizzato con la vecchia macchina da cucire della nonna che, insieme ad una poltrona di modernariato, rappresentano i due custodi della memoria.
L’altro bagno è composto da un lavandino, che ancora non abbiamo comprato, e dalla leggendaria doccia a filo pavimento.

La scelta di rialzare la camera da letto, mai come in questo caso risulta efficace, dovendosi la mattina svegliare ed in qualche modo, per lavorare, costretti a cambiarsi d’abito.
Questo ha consentito quindi la realizzazione di una doccia a pavimento che forzatamente comprime lo spazio della camera, ma se vi ricordate la premessa, questo è un progetto pilota, e noi ne siamo più che entusiasti, perché diamo una grossa importanza a questo momento. La sveglia.

Anche in questo caso sono state utilizzate le lastre in gres porcellanato laminato da 1000x3000x3,5mm che consentono la costruzioni di intere pareti impermeabili. Il piatto della doccia si confonde con il pavimento in dogato di legno di abete dipinto di bianco, il perlinato (meno di questo non c’è), che si rispecchia, e prosegue, attraverso il vetro nella doccia.
Nella camera da letto si passa attraverso una parete a forte spessore bifacciale che regala qualche centimetro di profondità alla stanza ed è lo spunto per il posizionamento della maglieria.
Sull’altro lato l’armadio è costituito da due canne appendiabiti con tiranti in acciaio e da un binario sul quale scorrono dei pannelli di tessuto, che ne celano il contenuto, donando una sensazione di morbidezza e di profondità grazie alla qualità stessa del materiale.

Ci sono poi tanti altri piccoli di dettagli di importanza non certamente secondaria, come il fatto di non avere la Tv; che la grande parete sospesa è pensata come schermo per proiezioni di circa 160”; che alcune delle tubature sono a vista, a volte per necessità, come la coppia di tubi dell’acqua di adduzione per gli appartamenti sottostanti, o per questioni economiche, come quelli del gas, o dei vecchi termosifoni in ghisa che, oltre a scaldare il volume, piegando a terra offrono la piacevolissima sensazione del riscaldamento a pavimento.

I due soppalchi, divisi in tre settori, sono indispensabili contenitori (13,00mq), ma fondamentalmente articolano lo spazio sottolineando il rettangolo matrice, e sono, al tempo stesso, delle librerie che svolgono anche un ruolo dinamico in contrapposizione alla parete dell’archivio.
Un apposito spazio è stato dedicato alla parte d’impianti che sarebbe meglio non vedere, come il condizionatore, che contrariamente a qualsiasi logica è posto a ridosso della finestra dietro una veletta in cartongesso.
Lungo questa sono alloggiati i canali per l’illuminazione led che si affrancano da puntuale sorgente di luce, per divenire dei fasci omogenei emittenti, e che ritroviamo nel bagno, nella cucina, nella doccia e per enfatizzare il senso di galleggiamento della parete sospesa.

Il tutto in un open space, coordinato a terra dall’uso di un autolivellante, dove oggetti della Kartell come “La Marie” di Philippe Stark, dialogano con tavoli e librerie di Ikea, con la Fl/Y di Ferruccio Laviani, sempre per Kartell, con oggetti presi al mercatino come le poltrone verde acido, e per non farsi mancare nulla, presi anche per strada come lo specchio rotondo del bagno.

Ultimi ingressi il camino al bioetanolo inserito nella bocca della parete sospesa e il tavolino della Stockholm, sempre di Ikea.

Due parole per finire sulle terrazze: una ha un carattere di servizio e vi trova posto la lavatrice ed un grande mobile contenitore, l’altra è una espansione del soggiorno, ma entrambe sono caratterizzate della finitura in decking del pavimento.

Un piccolo divano ed un vecchio tavolino con sedie in ferro dai motivi liberty segnate dalla pioggia e dalle tracce del tempo, chiudono e funzionalizzano questo microcosmo esterno.

Tutto in 54,00mq.

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