Banca Commerciale Italiana

Un landmark luminoso. Gino Valle e la banca di New York.

Valle Architetti Associati, Giuseppe Dall'Arche · Banca Commerciale Italiana
Giuseppe Dall'Arche

L’edificio newyorkese, ristrutturato e ampliato da Gino Valle negli anni ‘80 per la Banca Commerciale Italiana, se osservato con una certa attenzione e dal vero, è una piacevole esperienza visiva. E anche una sfida impegnativa per chi vuole rappresentare fotograficamente l’intervento dell’architetto friulano.
L’edificio, ora sede della banca Intesa Sanpaolo, situato nella parte più bassa di Manhattan, si trova a pochi passi dal cuore finanziario della città, Wall Street, e in una zona in cui si sovrappongono architetture molto diverse tra loro; forme, altezze, stili e superfici estremamente variegate, con materiali dalle molteplici riflettanze, fanno di questa zona un tale caleidoscopio visivo da incuriosire, se non affascinare, i pedoni non impegnati nella quotidiana maratona lavorativa.

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Arrivando da nord, da William Street, appare per prima la porzione più antica dell’edificio, quella progettata dall’architetto Francis H. Kimball (1845-1919) con la sua caratteristica torre d’angolo; al momento della sua edificazione nel 1907 era un notevole punto d’osservazione da cui lo sguardo poteva raggiungere l’East River senza l’ostacolo dei grattacieli più alti che ora la circondano.

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Il passaggio delle nuvole determina sulle pareti una continua alternanza tra i bagliori del sole riflessi dalle vetrate del building più prossimo e una luce diffusa che dà alla pietra una tonalità calda.

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Sempre da nord, distogliendo lo sguardo dalla torre più antica e dirigendolo verso South William Street, quindi verso la parete ovest dell’edificio, si nota il giunto che divide la ristrutturazione della porzione storica e l’ampliamento di Valle. Una linea che non indica un passaggio netto ma una continuazione e reinterpretazione della tradizione architettonica dell’edificio precedente.

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Nel riproporre il ritmo geometrico delle facciate disegnate da Kimball, Valle introduce pietre dalle varie tonalità di grigio e, tra queste, il granito nero lucido, che determina il punto più scuro dell’edificio quando riceve una luce diffusa, ma anche il più luminoso quando lo stesso riflette direttamente il sole. Questo effetto a specchio, riproposto da Valle in misura maggiore circa vent’anni più tardi, nel progetto della sede della Deutsche Bank a Milano, otticamente pare un’illusione per cui le striscie di granito appaiono quasi come un’assenza spaziale.

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Una sorta di vuoto cangiante in grado di far vibrare le pareti, in certe condizioni di luce, ancor più delle decorazioni tridimensionali di Kimball come le cornici, le mensole, gli stemmi e pure le teste di leone.

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Fotografare un edificio dopo oltre trent’anni dalla sua edificazione (le fotografie qui pubblicate sono state realizzate nel novembre del 2015) suscita inevitabilmente una serie di ragionamenti su come siano cambiati l’aspetto dell’edificio e il contesto in cui è inserito. Le pietre di rivestimento scelte da Valle, nonostante necessitino di un intervento di pulizia, mantengono inalterata la percezione del ritmo decorativo delle pareti, che si differenziano dagli edifici circostanti non solo per la minore altezza ma, soprattutto, per l’eleganza del loro disegno. Se l’edificio viene osservato nel suo insieme, ad altezza d’uomo e da uno dei pochi punti di vista che lo permettono, come da Hanover Square, ci si rende conto che gli anni trascorsi non hanno attenuato il fascino dello stile architettonico più antico e l’ampliamento in questione ha sottolineato ancor più il valore formale di questa architettura.

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Inquadrando l’edificio dagli scorci permessi da South William Street, da Stone Street e da
Hanover Square, ci si rende conto di quanto esso sia incastonato tra grattacieli ben più alti (non stilisticamente interessanti come il vicino Woolworth), ma anche tra vicoli contornati da diversi edifici storici realizzati in mattoni, dei Landmarks, istituiti dalla New York City Landmarks Preservation Commission. (Nota 1)

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Il tamburo d’angolo con la voliera di coronamento si contrappone alla linearità degli altri edifici, imponendosi con il proprio stile.

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La struttura in acciaio, con il riflesso dei raggi solari, diventa una sorta di faro tale da rappresentare, in una scala luminosa, il punto più intenso del contesto urbano in cui si trova.
Facendo riferimento al concetto di imageability dell’urbanista Kevin Linch, tratto dal suo ancora interessante libro The image of the city (1960). (Nota 2), ossia la capacità di un oggetto urbano di evocare un’immagine vigorosa nella mente dell’osservatore, per poi diventare un punto di riconoscimento grazie alla propria struttura e leggibilità, si può affermare che la struttura in acciaio di Valle, per la forma e per la luminosità del materiale, sia diventa un punto di riferimento per chi transita attraverso questi vicoli adiacenti Wall Street. Tale struttura geometrica è stata criticata dallo storico dell’architettura Kennet Frampton che l’ha definita troppo concettualmente separata dalla massa e dal ritmo dell’edificio (Nota 3); sembra evidente tuttavia che questa separazione è stata voluta dall’architetto udinese come un punto di rottura rispetto alla continuazione del ritmo generato dall’alternanza di giunti e superfici che, secondo lo stesso Frampton, ha dato all’edificio un tocco lirico, tutto sottotono, al sempre mutevole poema dell’architettura in pietra. (Nota 4)

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Avendo la possibilità di entrare nella voliera e osservare attraverso i tubi di acciaio i grattacieli circostanti sembra di trovarsi in un osservatorio la cui struttura si compenetra nel paesaggio urbano creando un ritmo visivo.

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In un interessante articolo pubblicato nel 1983, l’architetto Sandro Marpillero scriveva che gli edifici realizzati da Kimball e la coscienza critica dello scrittore Henry James, con il suo The american scene, sono stati i termini di riferimento per l’operazione progettuale di Valle. (Nota 5) Se la critica dello scrittore anglo-americano, nel suo affascinante resoconto di viaggio, descriveva gli edifici commerciali di New York come dei costosi mostri architettonici, le cui altezze nascondono invece di mostrare (Immagine 27), chissà cosa avrebbe scritto se avesse visto l’edificio di One William Street, prima nell’intervento di Kimball e poi nell’ampliamento di Valle. Altrettanto interessanti potrebbero esser stati i commenti del romanziere se avesse potuto fare un viaggio anche nel tempo, fino ai giorni nostri, e constatare come questo oggetto architettonico sia stato descritto e rappresentato, attraverso i mass media attuali.

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Probabilmente dopo lo shock epifanico-tecnologico iniziale, gli verrebbe il desiderio di avere un’esperienza fisica di conoscenza dell’architettura, di essere sul luogo e verificare se le immagini fruite in tempo reale, dall’altra parte del globo terrestre, corrispondono un poco a quello che le rètine dei suoi occhi avrebbero registrato una volta raggiunto fisicamente l’edificio.

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Perchè, se è vero che l’architettura è quella realizzata e non quella rappresentata, è altrettanto vero che la rappresentazione, specialmente quella fotografica, dovrebbe aiutare a comprendere cosa è o cosa non è un determinato oggetto reale. Questo è un aspetto spesso sottovalutato da molte pubblicazioni editoriali, nelle quali l’”estetica” di certe immagini impedisce la comprensione degli spazi e dei volumi dell’architettura, nonché l’intenzione dell’architetto che tali volumi ha progettato.
Dopo, esiste anche la poetica dell’astrazione che evoca mondi emozionali immaginari. Ma questa è un’altra storia.

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Nota 1: http://www1.nyc.gov/site/lpc/about/about-lpc.page.
Nota 2: Kevin Lynch, L’immagine della città, Marsilio, Venezia 2006.
Nota 3: Domus, n° 683, maggio 1987. Kennet Frampton, Gino Valle. Edificio per uffici, New York.
Nota 4: Ibidem.
Nota 5: Lotus International, n° 83, novembre 1994, Sandro Marpillero, Grattacielo a metà. Gino Valle: uffici della Banca Commerciale Italiana a Manhattan.

Fotografie e testo di Giuseppe Dall’Arche
© Riproduzione riservata

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