Recupero dell’edilizia rurale diffusa tra Etna e mare: un codice di pratica per i palmenti

Emmanuele Condorelli · Recupero dell’edilizia rurale diffusa tra Etna e mare: un codice di pratica per i palmenti
Emmanuele Condorelli

INTRODUZIONE E OBIETTIVI

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Il presente elaborato si pone come obiettivo quello di analizzare gli elementi distintivi del territorio compreso tra l’Etna ed il Mar Ionio: un luogo unico per le singolari condizioni ambientali, architettoniche, culturali e geografiche, al fine di valorizzare lo stesso e proporre un “codice di pratica” atto a recuperare, tutelare e valorizzare quel patrimonio edilizio rurale, di grande valore per i suoi caratteri pecuniari, le tecniche costruttive, i materiali e quegli elementi tipici della produzione vinicola, che testimoniano gli usi, i costumi e le tradizioni di un territorio ricco di fascino, cultura e tradizione. La metodologia adottata per raggiungere il suddetto obiettivo si è sviluppata per fasi successive, partendo in primo luogo da un’analisi in larga scala delle risorse presenti sul territorio e del sottosistema agricolo ed insediativo, in particolare:

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    risorse naturali quali il vulcano, i litorali, il clima, i percorsi naturalistici e le produzioni agricole attuali.

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    risorse architettoniche che comprendono da un lato i centri urbani dell’area metropolitana catanese e dall’altro la realtà delle case rurali, padronali e dei palmenti, come testimonianza di un passato che è ancora in grado di offrire nuove opportunità di promozione e sviluppo del territorio stesso.

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    risorse strutturali date dalla presenza dell’autostrada A18, che attraversa il territorio rendendolo facilmente raggiungibile e fruibile da qualsiasi zona della Sicilia e da una fitta rete stradale di viabilità minore. Di grande importanza la presenza dell’aeroporto e del porto di Catania, nonché del piccolo porto turistico di Riposto. Da evidenziare inoltre l’esistenza di numerose strutture turistiche ricettive di diverse categorie (alberghi, b&b, agriturismi, camping, ecc…) e di centri culturali come università, biblioteche, musei, mostre temporanee e permanenti.

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CONTESTO STORICO ED ORIGINE DEI PALMENTI NEL TERRITORIO ESAMINATO

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La storia dei palmenti, alle pendici del versante Est del vulcano, ha origini antiche e più precisamente intorno alla prima metà del ‘700, periodo che fu segnato dal devastante terremoto dell’ 11 Gennaio del 1693. Inizialmente, nella fase di ricostruzione degli antichi fabbricati crollati a seguito dell’evento calamitoso, i corpi di fabbrica erano costruiti sui resti degli antichi impianti, ricalcando schemi tipologici e soluzioni costruttive già in uso nel 1600, con tecniche povere e con gli esigui mezzi momentaneamente a disposizione. Successivamente, intorno alla seconda metà del ‘700, i modesti edifici edificati precedentemente vennero gradualmente sostituiti da impianti sempre più solidi ed efficienti, man mano che aumentava la produzione dei fondi e quindi delle risorse finanziarie a disposizione. L’ampliamento dei palmenti e delle modeste cantine edificate in precedenza, diventa necessario anche a seguito dell’incremento di efficienza dei processi di vinificazione e dell’incremento dei volumi produttivi. In quel periodo la coltivazione della vite aumentò notevolmente, a discapito delle colture di gelso e di mandorlo, ormai non più redditizie come un tempo, così gli edifici destinati alla produzione vinicola vennero freneticamente rinnovati e vennero costruiti ex novo le residenze dei proprietari dei fondi, che generalmente vi si stabilivano solo nei mesi estivi per la villeggiatura e durante la vendemmia, anche se non era infrequente che vi si stabilissero per l’interno anno.

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LE TECNICHE COSTRUTTIVE

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Le tecniche costruttive ed i materiali utilizzati generalmente, tranne in quei fondi agricoli di maggiore consistenza e di proprietà di antiche e potenti famiglie di nobili, in cui la residenza padronale era spesso costruita con materiali e soluzioni tecniche di pregio, erano basati sul principio della massima economicità e precarietà, ciò probabilmente anche a causa delle frequenti scosse sismiche che determinavano gravi danni e lesioni agli edifici. Le fondazioni dei corpi edilizi erano realizzate con le medesime tecniche e materiali della muratura in elevazione, ossia pietra basaltica, ed erano di larghezza maggiore rispetto al paramento murario soprastante e con un piano di posa inferiore di circa 4 palmi, cioè di un metro, rispetto alla muratura esterna. Quest’ ultima ha contemporaneamente la funzione di limitare lo spazio interno ed esterno, nonché funzione portante della struttura lignea della copertura e delle volte o dei solai, negli edifici a più piani.
Per la realizzazione della muratura in elevazione, spesso si ricorreva ai muri a secco, costruiti con pietrame, reperibile facilmente nei luoghi stessi della costruzione. I muri a secco potevano essere edificati in maniera grossolana o con grande maestria, disponendo sapientemente pietre di varia grandezza opportunamente sbozzate con la mazza. Il piano di posa delle pietre, man mano che la muratura veniva innalzata, era regolarizzata con ricorsi di pietre legate con malte, costituendo dei ripianamenti atti livellare il piano di posa dello strato di pietrame, che verrà successivamente costruito. I muri a secco venivano utilizzati anche per costruire la recinzione dei fondi, le arginature dei torrenti, i terrazzamenti, i recinti destinati al bestiame. Sui paramenti murari a secco per garantire tenuta alle intemperie veniva realizzato uno strato di intonaco. Altra tipologia di muratura tradizionalmente in uso nella zona era quella in cui le pietre locali, più o meno sbozzate con la mazza, venivano disposte ad una ad una e legate con la malta. Per regolarizzare il piano di posa dei filari di pietre si faceva ampio uso di cocci. Tipiche di queste murature sono le così dette bucature pontaie, cioè i fori di alloggiamento delle travi di sostegno dei ponteggi, che probabilmente venivano utilizzati anche per misurare l’altezza del lavoro realizzato.
Le strutture portanti orizzontali venivano realizzate con solai in legno o con volte in muratura; le forme di quest’ultime venivano ottenute con centine in legno, sulle quali venivano poggiati i “cannicci”, sottili canne accostate e legate a costituire la superficie continua della centinatura.
Tale struttura veniva poi rimossa al consolidamento definitivo della volta. L’orditura del sistema di copertura veniva generalmente realizzata in legno di castagno ed era costituita da puntoni disposti parallelamente in direzione della pendenza del tetto stesso, i puntoni venivano poggiati e fissati alle estremità superiore dei muri e su una trave di colmo (bordone). Sui puntoni venivano fissati dei travetti (coscialetti o cosciarelli) e perpendicolarmente ad essi, dei listelli opportunamente distanziati (costarella o costeri), sui quali venivano direttamente poste le tegole. I tetti differivano generalmente nel sistema di sostegno della trave di colmo, tale sistema poteva mancare del tutto, nel caso in cui il muro di spina giungeva fino alla linea di colmo o nel caso in cui i tetto era ad una sola falda; in altri casi invece il bordone era sostenuto da una capriata (forfice), che costituiva l’elemento costruttivamente più complesso. Una sorta di cordolo, costituito da travi in legno annegate nella parte superiore della muratura, veniva inoltre realizzato, sia per cerchiare il tetto, che per attenuate la spinta orizzontale generata dai puntoni.

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L'ORGANIZZAZIONE FUNZIONALE TIPICA DEI PALMENTI

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La prima fase del processo di produzione del vino consisteva nella raccolta dell’uva, che veniva anticamente portata a spalla, in grosse ceste, dai braccianti agricoli, che spesso erano anche donne e ragazzini. L’uva raccolta veniva gettata nella “pista” (vedi tavola 5), attraverso delle finestre dette ”buttatoi”, dove veniva pigiata a piedi nudi. Il mosto così ottenuto, di qualità migliore, veniva detto di prima spremitura e per gravità, mediante appositi canali in legno catramato o più frequentemente in pietra e muratura, giungeva in apposite vasche in muratura dette “tini ricevitori”, che erano rivestite di “battume”, composto impermeabile, dove avveniva la prima fermentazione. Le vinacce, cioè il composto risultante della prima spremitura, eseguita nella pista, veniva poi travasato in un’altra vasca dove era spremuto con grande energia mediante il torchio (conzo o torchio di Catone), ottenendo così un mosto di qualità inferiore rispetto a quello di prima spremitura. Il dispositivo di spremitura agiva come una grossa leva ed era costituito da un grosso tronco di quercia o di pino, azionato da una vite di legno, alla quale era appena una grossa pietra. L’ultima fase della vendemmia era il travaso del mosto, composto da parte derivante della prima spremitura e parte della seconda, nelle botti collocate nella cantina del palmento, che avveniva a spalla o mediante appositi canali in pietra o in legno, opportunamente realizzati.

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IL PERCORSO DI RICERCA

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Nella prima fase dell’elaborato, oltre all’inquadramento generale dell’area esaminata, è stata effettuata una selezione di approcci di ricerca significativi riguardanti il tema del recupero dell’edilizia rurale in Italia.
I testi selezionati affrontano la tematica del recupero, evidenziando ciascuno sfaccettature differenti; essi sono schematizzati nella prima tavola della Tesi di Laurea e sono:

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    S. F. Musso, G. Franco, Guida agli interventi di recupero dell’edilizia rurale diffusa nel Parco Nazionale delle cinque Terre, Marsilio, Genova, 2001.

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    S. F. Musso, G. Franco, Guida alla manutenzione e al recupero dell’edilizia e dei manufatti rurali, Marsilio, Genova, 1998.

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    G. Palumbo, E. Magnano di San Lio, Le Residenze di campagna nel versante orientale dell’etna, Murst, Catania, 1991.

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    V. Gangemi, L’habitat agricolo del basso Volturno, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1979.

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    M. C. Forlani, Sperimentazione progettuale: la valle del Sinello, Poman Poligrafica Mancini, Pescara, 1993.

  • G. Pardi, Sperimentazione progettuale: la valle del Vomano, Poman Poligrafica Mancini, Pescara, 1993.

  • M. C. Torricelli, Tecnologie avanzate per il villaggio di Colletta di Castelbianco, articolo rivista “Costruire in laterizio”, 1997.

La seconda fase, rappresentata nelle tavole 2, 3 e 4, analizza un campione di 19 case padronali-palmenti, ubicati sul territorio in esame, partendo da quelli situati in prossimità della costa Ionica, fino a risalire alle pendici del vulcano, come si evince dalla schematizzazione territoriale realizzata nelle suddette tavole.
Il criterio di scelta adottato si basa in primo luogo sulle caratteristiche architettoniche e strutturali riscontrate, e successivamente sul grado di accessibilità degli edifici stessi, al fine di poter analizzare al meglio i volumi interni, i materiali e le tecniche costruttive adottate, nonché la distribuzione delle attività antropiche che si svolgono o si svolgevano al loro interno. Dall’analisi effettuata e mediante l’ausilio dei testi utilizzati come riferimento (vedi bibliografia generale), sono emerse quattro differenti tipologie distributive:

Tipologia A:
Residenze padronali al primo livello del palmento e annessi agricoli accostati.

Tipologia B:
Residenze padronali separate dalla zona produttiva.

Tipologia C:
Disposizione a corte interna.

Tipologia D:
Volumi accorpati in un’unica fabbrica edilizia.

Ulteriori elementi distintivi riscontrati sono relativi alla disposizione del torchio per la produzione del vino, che veniva costruito sul muro perimetrale, in corrispondenza di un apposito contrafforte murario, visibile all’esterno del corpo edilizio (vedi caso studio) o al centro del palmento (vedi caso 1), alla grandezza delle cantine che stanno ad indicare la dimensione della tenuta, nonché i volumi produttivi ed infine alla presenza eventuali di decori sulla facciata della residenza padronale, simbolo del prestigio della famiglia. Dall’analisi svolta sui palmenti si è potuto constatare che purtroppo la maggior parte di questi edifici verte in uno stato di totale abbandono, compromettendo così la conservazione del manufatto stesso; alcuni invece, sono stati ristrutturati con cambio di destinazione d’uso, modificando in modo irreversibile le peculiarità della struttura; inoltre, laddove sono state eseguite queste modifiche spesso è stato fatto largo uso di materiali cementizi e di tecniche costruttive che nulla hanno a che vedere con le tecniche che hanno determinato la realizzazione originale di questi corpi edilizi, che racchiudono in se la storia, gli usi e le tradizioni tecnologiche, che rendono uniche queste costruzioni.

IL CASO STUDIO

La terza fase, rappresentata nelle tavole 5, 6, 7, 8, 9 e 10 approfondisce lo studio di un palmento sito a Monterosso, frazione del comune di Trecastagni, risalente presumibilmente all’inizio della seconda metà dell’800 e che si presta in maniera particolare all’esame di quelle che sono le tecniche utilizzate per la realizzazione edifici presenti nel territorio esaminato. Gli elaborati grafici riguardanti il “caso studio” sono stati realizzati mediante rilievi, documentazioni fotografiche degli interni e degli esterni, al fine di mettere in evidenza le caratteristiche tipiche di tale struttura, cioè la morfologia, i materiali, le tecniche costruttive che testimoniano l’arte edificatoria di quel periodo e le modalità produttive del vino in questo territorio. Ulteriori fattori di notevole importanza per la determinazione del caso studio, scaturiscono dal fatto che esso non presenta modifiche sostanziali rispetto all’originale concezione costruttiva, discreto stato generale di conservazione, facilità di lettura dei materiali e della tecnologia costruttiva utilizzata, possibilità di accesso ed ispezione per l’esecuzione dei rilievi. Il palmento di Monterosso, anche se dimensionalmente modesto rispetto agli altri analizzati, racchiude in sé la maggior parte dei caratteri principali delle tecniche costruttive locali. Nella tavola 5, il caso studio viene rappresento con planimetrie, prospetti, schematizzazione orditura del sistema di copertura ed un inquadramento in scala 1:500 dell’area in cui è ubicato il palmento stesso. Nelle tavole 6, 7, 8 e 9 viene rappresentato il caso studio, nei suoi 4 prospetti in scala 1:20, come restituzione dello stato originario, mediante l’utilizzo del “Codice di pratica”, e la mappatura dei degradi presenti, mediante l’utilizzo dell’ UNI 11182 sui Materiali lapidei naturali ed artificiali atta alla descrizione della forma di alterazione dei termini e delle definizioni e del Normal. Le norme indicano la scelta e la definizione dei termini utili per indicare le differenti forme di alterazione e degradazione visibili ad occhio nudo. L’UNI 11182 è sotto la competenza della Commissione Tecnica UNI - Beni culturali – NORMAL. La Commissione Centrale Tecnica dell’UNI ha dato la sua approvazione il 22 marzo 2006. La norma è stata ratificata dal Presidente dell’UNI ed è entrata a far parte del corpo normativo nazionale il 13 aprile 2006. Nella tavola 10 è rappresentata una sezione tecnologia del palmento di Monterosso, che permette la lettura dei materiali e delle tecniche con cui venivano realizzati questi corpi edilizi. In particolare nella tavola è evidenziato il sistema di copertura, i paramenti murari, le fondazioni, i punti nodali di gronda e le vasche dove avveniva la raccolta del vino, quest’ultimo precedentemente prodotto per torchiatura nell’ apposita vasca, dove le vinacce venivano costipate e pressate mediante il torchio.

IL CODICE DI PRATICA

La dicitura “codice” non è concepita come una norma prescrittiva, cioè che vieta o impone determinati interventi, bensì esso si auspica di offrire alla “pratica” un indirizzo culturale, un modo di vedere, nient’altro che un codice di comportamento redatto sulla riscoperta delle metodiche e delle tecniche edilizie tradizionali, che caratterizzano lo specifico territorio, costituendo un supporto tecnico-culturale per chi, progettista o direttore dei lavori, dovrà affrontare, sin dalle fasi preliminari, opere manutentive da mettere in atto sul costruito storico, non solo come banca dati documentaria, ma anche come supporto alla progettazione di quelle mutazioni da eseguire necessariamente sull’antico, se vogliamo che esso risponda alle nuove esigenze dell’utenza.
Le indicazioni riportate negli elaborati grafici, come già detto, non hanno valenza prescrittiva, ma riproducono sequenze di procedure operative collaudate, già sperimentate, pronte all’uso e forniscono degli indirizzi di metodo, dei principi guida da seguire per affrontare le problematiche legate al recupero ed alla conservazione dei palmenti nel territorio compreso tra l’Etna ed il mare Ionio, mediante l’adozione di un atteggiamento che, attraverso la conoscenza e l’approfondimento, permetta di riconoscere, di apprezzare e di conseguenza orientare le scelte progettuali. L’appellativo principi guida ha lo scopo di “responsabilizzare” il progettista lasciandogli la possibilità di personalizzare, in riferimento alle specifiche necessità dettate dal contesto, le indicazioni proposte.
Il codice di pratica mira quindi a conservare, valorizzare e comunicare le risorse architettoniche storiche e naturalistiche che testimoniano l’identità dei luoghi. Nelle tavole successive a quelle sopracitate, cioè dalla 11 alla 17, è rappresentato il “codice di pratica”, suddiviso secondo articoli per sistemi tecnologici e dove sono indicati gli interventi di ripristino o di riqualifica, per i le patologie edilizie più ricorrenti in queste costruzioni, nonché i principi guida per gli interventi secondo i diversi sistemi analizzati.

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