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La Sukkàh\Capanna dell’ebraismo italiano

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Nel progettare il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah abbiamo cercato un’idea che permettesse di evitare l’accostamento tra ebraismo e carcere e abbiamo scelto di costruire una Sukkah\Capanna nella quale i visitatori verranno accolti al loro ingresso nel Museo.
«Che la Tua volontà faccia dimorare tra noi la Tua Presenza e stenda su di noi la Sukkah della Tua pace» è la benedizione che si recita entrando nella capanna durante la festa autunnale di Sukkot. Abitare in un capanna significa ricordare la precarietà della nostra condizione umana, ma il dimorarvi deve essere piacevole e accogliente. Il tetto di una Sukkah deve dare più ombra che luce, deve far passare la pioggia, non deve impedire di vedere le stelle di notte.
Chi entra nella Sukkah del MEIS scoprirà un po’ alla volta le luci, i colori, i profumi e i suoni dell’Ebraismo, imparerà a conoscere la storia e la cultura degli ebrei presenti da duemila anni in Y Tal Yah, nell’isola della rugiada divina.
Y Tal Yah
L’isola della rugiada divina

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Per dare un’idea dell’ebraismo, sembra opportuno iniziare con un’immersione nel mondo della Scrittura:

  • La Torah: 304.805 lettere/numeri pieni di vita: da vedere, ascoltare, interpretare.
  • Il Talmud: «un oceano vasto, turbolento eppure confortante, che suggerisce l’infinita dimensione dell’esistenza e l’amore per la vita, oltre che il mistero della morte e dell’istante che la precede» (E. Wiesel).
  • La Qabbalah: la mistica ebraica.
  • La Torah come libro da fare: 613 miswot (precetti, comandamenti) per l’alleanza di Mosè, 7 miswot per l’alleanza di Noè. A seguire il ciclo della vita:
  • La nascita.
  • La maggiore età (Bar e Bat miswah).
  • Il matrimonio.
  • La morte.
  • Cosa c’è dopo? Il ciclo dell’anno: Shabbat e le feste: L’ebraismo è stato definito una spiritualità del tempo (A. Heschel). Attraverso la triplice liturgia (templare, sinagogale e familiare) dare un’idea del modo in cui il tempo viene santificato e festeggiato. La vita della Comunità: Come si organizza una Comunità? La Sinagoga, il Miqweh (bagno rituale), la Scuola, le Associazioni: i luoghi dove pregare, studiare, educare, aiutare gli altri. In questa prima sezione possono essere esposti: sefarim (il rotolo della Torah), mezuzot (gli astucci posti sugli stipiti), teffilin (i filatteri), kippot (lo zuccotto), talledot (lo scialle da preghiera), hannukiot (il candelabro a 8 bracci), shofarim (il corno di montone) e simili. Isole tematiche e/o possibili laboratori: Musica ebraica, cucina ebraica, teatro ebraico, cinema ebraico, letteratura ebraica, danza ebraica, architettura ebraica e umorismo ebraico. Percorso storico Pur essendo il MEIS dedicato alla storia del’ebraismo italiano, appare opportuno iniziare con una sala dedicata a un rapido richiamo della storia biblica, da Abramo a Mosè, ai Profeti, al Secondo Tempio. Una seconda sala potrebbe essere dedicata alle origini ebraiche del cristianesimo, un tema che, soprattutto a partire dalla scoperta dei rotoli del Mar Morto (1947), ha conosciuto sorprendenti sviluppi negli ultimi decenni. Una terza sala (da inserire anche più avanti nel percorso) potrebbe presentare le grandi realtà della Diaspora sefardita e aschenazita. Le Comunità ebraiche italiane costituiscono un unicum nella storia ebraica europea, perché sono le più antiche e per la continuità della loro presenza sul territorio. I passaggi temporali che ne hanno caratterizzato la storia costituiranno i nodi del percorso:
  • Età ellenistico-romana: rapporti tra Romani ed Ebrei, primi insediamenti ebraici a Roma, testimonianze degli autori latini sugli Ebrei e l’ebraismo, Flavio Giuseppe e le conseguenze delle Guerre Giudaiche e della distruzione del Tempio (70).
  • Medio Evo: importanza degli insediamenti nell’Italia meridionale. La figura di Abraham Abulafia.
  • Umanesimo e Rinascimento. La scoperta da parte di studiosi cristiani della Qabbalah. Pico della Mirandola e Flavio Mitridate.
  • Vivere nel ghetto: i casi di Roma e Venezia.
  • Il Risorgimento: contributo ebraico. 1848: lo Statuto Albertino emancipa Ebrei e Valdesi.
  • 1870: la caduta dell’ultimo ghetto e il contributo degli Ebrei alla vita del nuovo Stato nazionale. Rav Elia Benamozegh.
  • La Grande Guerra: la partecipazione ebraica.
  • Il Fascismo e le leggi razziste del 1938.
  • La Shoah in Italia (inserita nel contesto europeo). Primo Levi. Il 16 ottobre 1943.
  • Il Dopoguerra. La ricostruzione e la rinascita.
  • Gli inizi del dialogo ebraico-cristiano. L’incontro tra Jules Isaac e Giovanni XXIII (1960). Il Concilio Vaticano II.
  • La situazione degli Ebrei nell’Italia di oggi. Rita Levi Montalcini e Rav Elio Toaff. Come già osservato, appare opportuno inserire le vicende italiane nel più vasto contesto dell’ebraismo europeo e mondiale, in particolare per quanto riguarda il XX ed il XXI secolo soprattutto statunitense e israeliano. A seguire potrebbe essere la sala dei pregiudizi finalizzata a richiamare le diverse forme dell’antiebraismo e ad aiutare a riflettere su di esse; a scaricare la tensione emotiva lasciando il pubblico (soprattutto se costituito da scolaresche, ma non solo) a confrontarsi con la propria immagine degli Ebrei ed infine ad apprezzare le modifiche che la visita del Museo vi ha apportato. Infine tutto quello che vorreste sapere sull’ebraismo e non avete mai osato domandare, potrebbe costituire il tema per un ultimo passaggio prima del bookshop. Per poter rispondere alle domande dovrebbe essere presente personale ben formato.
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Percorrendo via Rampari di San Paolo, un senso di precarietà tipico di ogni Sukkah, anticipa il nuovo Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Un cambio di funzione e di significato restituisce alla città di Ferrara il nuovo lotto. Colori, luci e volumi sono protagonisti nella nuova configurazione.
Il visitatore che avrà voglia di percorrere le stanze del MEIS, verrà guidato in un mondo di conoscenza e di interazione; una passeggiata che racconta la storia dell’ebraismo dal passato ad oggi fino a scoprire strati più intimi all’interno di coni espositivi dedicati.
Quel senso di precarietà che incide sul panorama della città di Ferrara verrà assorbito e calibrato dai numerosi visitatori che attraverseranno la soglia del nuovo museo. Un sistema di tessere di OLED riveste le facciate interne della capanna variando luminosità e opacità in funzione della densità presente all’interno del museo. Anche un singolo visitatore è capace di far percepire la propria esistenza alla città. Una continua diatriba tra ombre e luci inonda l’interno della hall: al variare della vita interna del museo, varia la densità di luce naturale filtrata dalle tessere.
Assecondando la spazialità interna del volume d’ingresso, il visitatore verrà condotto in un percorso fatto di rampe espositive nella quale una prima introduzione sulla storia dell’ebraismo farà da preambolo a successive fasi dell’allestimento. Questo inizio lascia chiaramente intendere che le sale espositive del MEIS non abbandonano mai il rapporto che lega la conoscenza in termini di ebraismo con l’idea cardine di progetto; un filo continuo che unisce ogni spazio espositivo ad una successione temporale.
La variazione di colore restituito dalla facciata nel volume d’ingresso, è un altro tema espresso in questo progetto; Anche nel colore come nel percorso espositivo e possibile raccontare un brano della storia dell’ebraismo. Infatti il variare del colore nella facciata, costituita da pannelli in policarbonato, esalta quell’aspetto che da secoli appartiene al mondo ebraico: il termine varietà descrive secoli di storia.
La rampa così progettata raccorda in quota il nuovo prospetto (su via Rampari di San Paolo) con il preesistente edifico C dell’ex carcere. Un volume rigato percorre l’intero edificio consentendo la visione dall’alto di parte dell’allestimento, un ballatoio sospeso in quota che riga la prospettiva dello spazio preesistente senza alterarne le peculiarità architettoniche. Giunti al termine dell’edificio C arriviamo nel cuore del museo. Un piccolo tunnel, prosegue il precedente percorso garantendo un passaggio lineare in continuità con l’interno fino a raggiungere il cuore dell’allestimento racchiuso nell’edifico B. Lasciato l’edificio C avvertiamo la presenza di uno spazio profondamente avvolgente costituito da superfici continue che guidano l’occhio del visitatore in spazi sempre più intimi. Il volume B racconta se stesso per mezzo di continue astrazioni che permettono una visione molteplice della storia dell’ebraismo. I temi affrontati in questo ambito sono sviluppati in modo da rendere chiara la volontà del progetto di esprimere al meglio le proprie idee di allestimento. Un primo tema è in termini di lettura tridimensionale, infatti il sistema espositivo racconta se stesso prevedendo una duplice interpretazione del volume in termini di lettura verticale di spazi a tripla altezza (unione cielo terra), e orizzontale per mezzo di pannelli espositivi che prolungano la linea continua proveniente dall’ingresso. Osservando il volume dall’alto una serie di eventi prodotti da operazioni geometriche di sottrazione di materia anticipa significati intimi racchiusi all’interno dei coni espositivi. Come un testo antico eroso dal tempo, così il nostro progetto viene scavato da volumi che attraversano per intero i due piani di allestimento permanente. La lettura dei coni espositivi verticale permette al visitatore di avvicinarsi ad alcuni temi legati all’ebraismo dal di fuori, come se si dovesse osservare dall’esterno qualcosa. I coni espositivi sono concentrazioni intime dell’ebraismo, che separano l’interno del museo in maniera progressiva e graduale come un libro che svela lentamente i propri segreti: non si può entrare all’interno dei coni senza passare attraverso una conoscenza più generale della storia dell’ebraismo. I cinque coni rappresentano le comunità ebraiche in Italia di cui: due saranno dedicate a quelle di Roma e Venezia, le restanti tre a rotazione accoglieranno le rimanenti comunità.
La presenza dei cinque coni si avverte anche dalla città di Ferrara grazie al loro accostamento in prossimità del limite esterno dell’edificio. La storia dell’ebraismo viene raccontata attraverso processi tattili e sensoriali, come nel caso della sinagoga, anch’essa ospite in uno dei coni, mostra i propri segreti grazie a pannelli interattivi che legano la conoscenza ad una precisa pressione su schermi a tutt’altezza.
Nella sommità dell’edificio troviamo un roofgarden con bar e un museo per bambini entrambi con accesso indipendente dall’utilizzo del museo. Il ruolo del museo resta senza dubbio un modo per ampliare la conoscenza dell’ebraismo nel mondo partendo proprio da quelle attività che facilitano il rapporto con alcune delle più comuni tradizioni ebraiche, infatti all’interno dello stesso sono previste alcuni laboratori per l’apprendimento della cucina kasher. La sommità dell’edifico B non fa altro che costituire la chiusura orizzontale e verticale di un racconto generato da volumi racchiusi da involucri comunicativi.
Ripercorrendo l’edificio B dall’alto verso il basso raggiungiamo alcune funzioni a diretto contatto con l’esterno: l’esposizione temporanea adiacente all’auditorium garantiscono un continuo utilizzo anche in orari notturni, grazie ad ingressi indipendenti. Il volume dell’edificio B visto dall’esterno sembra magicamente appoggiato alle suddette funzioni; l’idea di sospendere i due livelli dell’esposizione permanente esalta ancora di più i coni espositivi che non toccano il solaio di calpestio ma lasciano la propria traccia esaltando visioni inaspettate. La purezza e la stereometria del volume sono sottolineate da un involucro opalino ultimo livello di una serie progressiva di fogli e racconti, lettere dell’alfabeto ebraico lasciano la propria traccia su di esso avvolgendo segreti avventure e storie di una cultura millenaria.

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Nel 1522, dopo una lunga contesa tra Ferrara, Bologna e Ravenna per la regolazione idrografica del territorio tra esse compreso, Alfonso I d’Este, nel tentativo di sostenere il decrescente flusso di acqua del Po di Volano, consentì l’introduzione del Reno nel tratto che dalla Stellata scendeva presso le mura a Sud di Ferrara. L’immissione delle acque torbide del Reno provocò un rapido innalzamento dell’alveo, che rese impraticabile la navigazione. Fu però possibile conquistare nuovi spazi subito a ridosso delle mura cittadine. Al di sopra di questo sedime, l’ex struttura carceraria di via Piangipane va ad occupare un’area inserita all’interno di un tessuto caratterizzato da ampi lotti paralleli isorientati (nord-est - sud-ovest), ortogonali al tracciato delle mura e vincolati al sistema di pendenze (nord - sud) e a modalità insediative sostanzialmente obbligate (sistemi di accesso sui lati corti).
Le due ampie sezioni di attraversamento tra via Piangipane ed i Rampari di San Paolo consentono oggi la comprensione del sistema insediativo nelle sue unità di fondazione. Nel progetto vengono destinate alla percorribilità pedonale pubblica e valorizzate con una sistemazione a verde che accoglie istallazioni scultoree in riferimento alle dodici tribù ebraiche a suggerire un ritmo alla camminata. La proposta paesaggistica mira infatti al colloquio con la città nel riferimento a elementi importanti della tradizione ebraica, liberamente ispirati alle ricorrenze principali. Per coloro che provengono a piedi o in bicicletta dal centro città, il percorso museale inizia già da via Piangipane. Infatti la presenza nella città del nuovo museo è segnalata a nord-est da un portale bifronte poggiato su di un tappeto erboso incorniciato da fasce di pietra e ciottoli di fiume. L’opera vuole essere un segnale che sottolinea un mutamento di direzione attraverso cui passare, ma anche una mappa dal percorso tortuoso, solo apparentemente chiuso in se stesso. Un ritorno sui propri passi che attraversa il tempo, come le comunità ebraiche in Italia che nel corso dei secoli hanno mutato collocazione o consistenza, per ricomparire in un tempo successivo. A nord-ovest, invece, il museo all’aperto inizia con una fontana stilizzata che evoca una Menorah, zampilli d’acqua, segnale di una sorgente il cui flusso, comparendo e scomparendo, attraverserà e affiancherà il museo. Sui lati esterni una cornice di alberi, filari di farnie o carpini piramidali, accompagnerà la passeggiata attraverso declivi inerbiti, una quinta verde a protezione del percorso pedonale dai percorsi carrabili e ciclabili. La presenza a Ferrara di elementi in pietra bianca, angolari e paracarri, si evidenzia lungo le percorrenze pedonali, intorno al perimetro delle piccole piazze o davanti ai monumenti. A queste sculture urbane si è ispirato l’artista per svolgere un museo all’aperto. Isole che emergono da un mare verde, ma sulle quali l’occhio umano può cogliere linee di riferimento per misurare l’ambiente naturale che lo circonda. Cippi, elementi verticali, che evocano le dodici tribù di Israele: le dieci tribù perdute sono collocate sui lati lunghi (5+5), mentre di fronte all’ingresso del MEIS, sull’argine meridionale, oltre la strada, si trovano le tribù di Beniamino e di Giuda, dalla quale la tradizione vuole discenda il popolo ebraico. Tale allestimento mira a sdrammatizzare l’impatto visivo della cinta muraria dell’ex-carceri, recuperata, oltre che per il suo ruolo documentario, come sfondo di nuove narrazioni simboliche.
È possibile materializzare l’idea di recinto con tutto ciò che impedisce l’attraversamento ad un corpo fisico e allo sguardo. Il recinto, che troviamo nella tradizione costruttiva ferrarese, cambia di significato se affiancato ad un altro elemento: con l’acqua può divenire sponda di un fiume, con la strada costituisce una barriera acustica, con il verde diventerà un giardino protetto, con la luce del sole sarà una superficie calda e protettiva oppure ombrosa. in tal senso abbiamo assunto il doppio recinto come valore aggiunto e non come vincolo.
La volontà di salvaguardare il muro difensivo delle ex-carceri come elemento con valenze storico-figurative consolidate può comunque accogliere ridotti varchi di accesso che non ne tradiscano la sostanziale continuità. L’ingresso principale avviene quindi attraverso l’attuale varco posto sul fronte meridionale e, un ulteriore varco ciclo-pedonale, è previsto sul lato sud-occidentale, immediatamente dopo l’angolo dei Rampari di San Paolo.
Le lunghe strisce che costituiscono lo spazio fra le due recinzioni permettono la creazione di un paesaggio di cornice. Questo è percorribile sul lato occidentale in mezzo ad una fitta vegetazione di canne palustri e, nella parte orientale, ospita un corso d’acqua la cui sorgente è idealmente collocata nella fontana. La sua acqua ha diverse velocità a seconda del punto in cui si trova ed evoca i grandi sistemi di canalizzazione associati al territorio ferrarese. In prossimità dell’ingresso principale, su via Rampari, si trasforma in uno spazio inerbito ove sono piantati fitti ciuffi di iris d’acqua (Iris pseudoacorus) che creano un finto canale percorso da un deck in legno.
Il giardino perimetrale occidentale permette di accedere ai giardini del Museo in corrispondenza del Giardino della Liberazione e della Primavera, mentre, in corrispondenza del Giardino della Commemorazione e del Ricordo sul lato orientale, è possibile accedere all’isola collocata all’interno del giardino perimetrale orientale.
Sei giardini tematici che liberamente evocano le ricorrenze principali sono posti al piano terra, contigui ai lati lunghi della fabbrica delle ex-carceri ed al lato breve sul lato nord-est, mentre un giardino pensile è posto sul tetto della nuova fabbrica antistante, raggiungibile da una spirale di rampe. Il percorso attraverso i giardini tematici segue l’ordine cronologico delle ricorrenze evocate e prevede salite e discese via via che si procede.
1 – Giardino dei Melograni (liberamente ispirato a Rosh-ha-shanà)
גן הרימונים
E’ una corte rettangolare disposta su un lieve pendio, con melograni (Punica granatum) a cespuglio disposti secondo una maglia geometrica quadrata, scelti per evocare il Capodanno ebraico che cade nella stagione della raccolta dei frutti di questa pianta; il melograno è inoltre un arbusto molto usato nel ferrarese, molto presente anche nella pittura rinascimentale di questa città.
2- Giardino del Ricordo e della Commemorazione (liberamente ispirato allo Yom Kippur)
גן הזיכרון
E’ questo il giardino più importante della prima serie di tre, sul lato sud-est della fabbrica delle ex-carceri. E’ uno spazio pavimentato ben definito nei suoi confini, deputato alla meditazione ed al ricordo degli 8782 deportati uccisi dalla persecuzione nazista.
La commemorazione dei defunti in generale e dei deportati è una parte importante dello Yom Kippur, il giorno dell’Espiazione e del Pentimento. Il giardino proposto pertanto associa la ricorrenza alla commemorazione ed ha per tema principale il ricordo dei deportati, evocati grazie all’inserimento di uno specchio d’acqua addossato al muro di cinta interno. Sul fondo di tale specchio d’acqua sono inseriti 8782 ciottoli di fiume, uno per ogni deportato. Il percorso continua anche oltre il primo recinto, attraverso tre aperture che permettono l’accesso allo spazio posto fra i due recinti. Ci si trova quindi su un’ “isola” a leggere i nomi dei deportati su una grande lastra in pietra posta sul muro di cinta esterno. Tornando alla corte principale, si procede poi verso il terzo giardino, passando accanto ad un esemplare arboreo sempreverde, una Magnolia grandiflora.
3- Giardino della Luce (liberamente ispirato alla festa di Chanukkà)
גן האורים
Il giardino è una corte attraversata da una rampa, che lo attraversa e permette di raggiungere l’area posta fra la fabbrica delle ex-carceri ed il nuovo edificio posto a nord. Evoca la festa di Chanukkà, con il miracolo della moltiplicazione dell’olio per l’illuminazione del Tempio a seguito della vittoria dei Maccabei. Il tema principale del giardino è la fonte di energia che porta la luce. Nove alberi di ulivo (otto + uno) evocano il sistema di illuminazione dei tempi antichi, mentre pannelli fotovoltaici potranno fornire l’energia per l’illuminazione serale del giardino.
4- Il Giardino del Viaggio e del Ritorno (liberamente ispirato alla festa di Sukkot)
ארבעים שנות מסע
Il percorso che si estende lungo il lato breve della fabbrica delle ex-carceri e a nord di essa rappresenta il tema del viaggio, del vagare a lungo prima di trovare un punto di arrivo, e della precarietà della vita. Per questo, evoca i quarant’anni che il popolo ebraico trascorse nel deserto dopo la fuga dall’Egitto, conducendo vita nomade, riparandosi in capanne precarie e nutrendosi di manna caduta dal cielo. Nella riproposizione del tema principale della festa di Sukkot, in questo giardino sono stati inseriti dieci cippi di moderna fattura, a forma di piramide tronca ed asimmetrica, ognuno con quattro strisce colorate. Tali cippi permettono di camminare senza meta attorno ad essi. Possono evocare i quarant’anni di permanenza nel deserto, le piramidi lasciate alle spalle, le capanne nel deserto: le interpretazioni sono volutamente lasciate alla sensibilità del visitatore. Al termine del vagare, si raggiunge uno spazio che rappresenta l’arrivo nella terra promessa, e che si trova in prossimità di una rampa di accesso al nuovo edificio, speculare al Giardino della Luce sul lato occidentale. Tale spazio prevede un pendio sul quale è piantata una piccola vigna, con piante di vite nana, a ricordo della trovata fertilità, in contrapposizione alla sterilità del deserto.
5- Il Giardino della Liberazione e della Primavera (liberamente ispirato a Pesach)
חג האביב
Il giardino ha per tema la liberazione dalla schiavitù e la primavera, che si festeggia durante la Pasqua ebraica. Al suo centro un elemento scultoreo che rappresenta il profilo di una piramide con punte incrociate, che evocano una stella di Davide. Sotto tale elemento crescono le canne (che evocano il papiro del Nilo, qui sostituito con Phragmites spp. e Typha). ), a rappresentare simbolicamente il periodo di schiavitù del popolo ebraico in Egitto. Procedendo verso sud, sempre all’interno di un giardino ricco di vegetazione, si trovano sedili in pietra a forma di pile di azzime, fruibili dal visitatore, che evocano la fuga dall’Egitto con conseguente liberazione. Questo è uno spazio importante e centrale, a cui si può accedere anche dal giardino perimetrale posto fra i due recinti, attraverso un deck in legno che si svolge fra i canneti.
6 – Il Giardino del Libro e della Mietitura (liberamente ispirato alla festa di Shavuot)
גן הקציר
Giardino che esalta il periodo del raccolto: aiuole stagionali per la semina di grano e fiori ad esso correlati (papaveri, fiordalisi, gladioli selvatici), con piantagioni permanenti di alberi da frutta ed erbacee perenni tipiche del paesaggio di campagna.
7- Il Giardino della Gioia e della Pace (liberamente ispirato allo Shabbat)
גן מנוחת השבת
Questo è il settimo giardino, ispirato al settimo giorno della settimana ebraica, lo Shabbat.
Completa la serie, poiché il sabato è festività importantissima, tempo della celebrazione di amore celeste e terreno, di riposo, gioia, contemplazione e vitalità. Lo spazio occupato da questo giardino è la copertura al secondo piano del nuovo edificio posto sul lato meridionale, in posizione esposta al sole. E’ il giardino di accesso al museo, dove i visitatori possono fermarsi, sedersi a godere della vista sui bastioni e sulla darsena. Il giardino esprimerà la gioia e la vitalità dello Shabbat con i colori dei fiori (soprattutto rose) e dei materiali della pavimentazione e di arredo. Questo gioco fra elementi colorati naturali e artificiali, permetterà di mantenere un effetto fiorito ed allegro in tutte le stagioni, e di realizzare un giardino di semplice manutenzione.
I giardini sono semplici, l’acqua e la pietra bianca usata a Ferrara sono i materiali abbinati al cotto del mattone, le specie vegetali di effetto e facile manutenzione.
Il restauro del corpo C tende a conservare lo stato attuale della fabbrica, pur senza voler enfatizzare gli aspetti del suo degrado, ché significherebbe indulgere in un estetismo strictu sensu. Le azioni previste sulle superfici esterne vengono ridotte al minimo. L’intervento mira infatti a garantire la messa in sicurezza e l’interruzione delle fenomenologie del degrado, senza tuttavia reintegrare i singoli elementi decorativi (cornici, modanature, bancali, ecc.), ancorché riconducibili, del semplice impaginato architettonico. La scelta degli infissi, caratterizzati da una singola lastra di cristallo, è volta alla semplificazione dei grevi infissi carcerari. L’utilizzo di infissi moderni, tecnologicamente studiati, consentirà un significativo aumento dell’illuminazione interna sia delle celle che del corridoio centrale. Ad incrementare l’apporto di luce diffusa nelle zone interne si sono ideate lastre di vetro riflettenti, collocate all’esterno con precisa inclinazione, davanti alle finestre dei due fronti principali a richiamare la presenza delle “bocche di lupo” realizzate nel ’66 in vetrocemento.
All’interno dell’edificio C nella parte precedentemente dedicata alla detenzione maschile, gli adattamenti che il progetto propone sono, a tutti gli effetti, allestimenti facilmente reversibili che tendono, in primo luogo, a ‘stemperare’ la drammaticità del luogo per farne apprezzare esclusivamente le qualità tipologico - architettoniche. In questa direzione muove la progettazione delle grandi teche a forma di parallelepipedo, recanti citazioni da testi ebraici, che entrano letteralmente nei vani delle porte delle ex-celle. Esse non costituiscono ingressi (la loro altezza non lo consentirebbe) bensì solo delle finestre ove osservare le attività retrostanti, siano esse legate al bookshop, ad attività espositive, ad attività integrative della biblioteca (archivio). Nella zona centrale un’altra installazione di stalattiti è costituita da una serie di volumi di vetro verticali che conducono e fanno penetrare la luce dall’alto verso lo spazio interno con un sistema di guida di luce prismatica.
Il livello superiore del medesimo edificio caratterizzato invece dalla presenza di laboratori per i detenuti viene riutilizzato come sistema di accesso al percorso espositivo. Nella parte a sud sarà ospitato l’ingresso che accoglierà la sezione introduttiva al percorso espositivo caratterizzata dalle tre scansioni previste nella proposta progettuale storico-scientifica. La scala costituirà l’elemento per percorrere verticalmente la carta geografica introducendo al vano superiore dove un vero e proprio “imbuto”, cromaticamente caratterizzato, intende richiamare tutte le località in cui sono o sono stati presenti insediamenti o comunità ebraiche.
Nella parte a nord invece, la presenza di aule per attività seminariali e didattico-pedagogiche, e del centro studi, in stretta contiguità al percorso espositivo vuole concretizzare l’essenza di un museo che prima di essere tale è luogo di incontro interculturale.
L’elemento consente l’accesso al Blocco B e all’inizio vero e proprio del percorso espositivo.
Il nuovo corpo di fabbrica del museo (vero e proprio cuore pulsante del sistema museale) risulta equipollente rispetto alla cubatura dei volumi che si intendono demolire; esso mantiene al suo esterno una compattezza di forme che ben si coniuga ai severi prospetti del corpo di fabbrica C, ma in filigrana esso presenta molteplici articolazioni ed alternanze di vuoti e pieni, che vogliono alludere alla complessità del mondo ebraico contemporaneo.

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