Palazzo per gli uffici regionali a Trieste

Se siamo disposti a riconoscere l'influenza determinante e diretta che ha avuto, a cavallo del secolo, una particolare classe sociale sul ti­po di architettura e sui caratteri de­gli edifici, dobbiamo pure ricono­scere che questa stessa classe do­minante ha saputo concretizzare le proprie scelte ridefinendo alcuni strumenti normativi perfettamente rispondenti allo scopo, fra i quali ri­salta il regolamento edilizio; inteso quest’ultimo come vera e propria normativa architettonica. È princi­palmente per questo motivo che noi possiamo ancora attribuire alla cosiddetta "città dell'Ottocento" un'idea d'architettura precisamente definita. Discutibile o meno questa idea è però evidente e perfetta­mente descrivibile. Un'idea al cui attivo bisogna in ogni caso ricono­scere un principio di omogeneità e di unità formale perfettamente rea­lizzato nelle parti migliori di questa città.

Giorgio Grassi · Palazzo per gli uffici regionali a Trieste
Giorgio Grassi

Questo stesso carattere deve esse­re riconosciuto a nostro avviso an­che a quella parte della città di Trie­ste che è interessata dal concorso. Per questo motivo, in linea del tutto generale, siamo contrari a qualsiasi proposta architettonica che intenda porsi come fatto eccezionale, come elemento singolare e emergente -come è consentito e forse auspica­to dal bando stesso del concorso (in deroga ad esempio ai vigenti re­golamenti). Proprio perché, a una valutazione dell'attuale consistenza di questa omogeneità formale della città ottocentesca, ci sembra che una soluzione di quel tipo sia so­stanzialmente irresponsabile e di­scretamente mistificatoria, non solo di fronte ai problemi di questa sin­gola parte della città, ma anche - in senso più generale - ai problemi in cui si dibatte oggi l'architettura e a una via progressiva, quindi, nel sen­so proprio del realismo per l'architettura della nuova città. È per questa ragione che non consideria­mo ad esempio un "vincolo vizioso" il fatto di sottostare al regolamento edilizio vigente (svuotato di senso fin che si vuole rispetto alle com­missioni di ornato o ai regolamenti di polizia della città ottocentesca, ma pur sempre, nei suoi dati essen­ziali, un parametro di riferimento unitario e razionale per la costruzio­ne della città: a tutt'oggi l'unico mezzo di controllo a disposizione per una sua crescita ordinata). Ma riteniamo, piuttosto, che agire all'in­terno di questa normativa (ad esempio porsi razionalmente il pro­blema del regolamento edilizio sen­za pregiudizi ottusi o intellettualisti­ci) possa essere di maggiore inte­resse collettivo, non solo rispetto al singolo problema posto dal con­corso, ma anche rispetto al proble­ma - certo più importante e oggi forse perfino inderogabile - di una normativa razionale per l'architettu­ra della nuova città.
L'area, racchiusa dalle vie Ariosto, Boccaccio, Gazzoletti e dal viale Miramare, comprende un isolato di dimensioni eccezionali rispetto agli altri prospicienti il viale stesso in corrispondenza allo scalo ferrovia­rio e al vecchio punto franco (nel tratto compreso fra la piazza della Libertà e il largo a Roiano).
Da questo punto di vista la scelta dell'area per la costruzione di un importante edificio pubblico risulta assolutamente coerente con il ca­rattere ottocentesco di questa par­te della città. Qui, più che altrove, gli elementi della costruzione della città imparentano l'espansione a nord di Trieste ad analoghi inter­venti in altre città mediterranee, co­me Bari o Genova, Algeri o Marsi­glia: la vocazione monumentale di questi fronti a mare, che si esten­dono in tali città per lunghi tratti a costituire delle prospettive ordinate e imponenti, ha avuto in generale, nella città dell'Ottocento, una solu­zione particolarmente felice. E non si può negare che questo sia an­che uno dei tratti architettonici emergenti di questa parte della città di Trieste. Semmai la questio­ne è di carattere strettamente viabi­listico rispetto all'attuale congestio­ne del traffico: è evidente, infatti, che un intervento come quello og­getto del concorso non potrà mai in nessun caso andare a gravare di­rettamente sul viale Miramare.
Uno dei caratteri emergenti dell'a­rea in questione è rappresentato dalla differenza di quota fra il lato sul viale Miramare e quello sulla via Boccaccio che taglia trasversal­mente le prime pendici di Roiano e Scorcola.
Mentre, nel caso degli isolati resi­denziali circostanti, il salto di quota viene assorbito dal taglio dei lotti (ogni singolo edificio ha un proprio graduale aggiustamento rispetto al­la forte pendenza), nell'area del progetto (che aveva anche in pre­cedenza una destinazione unitaria) tale differenza richiede una soluzio­ne architettonica complessiva e in­dividuata precisamente, tenuto conto anche del fatto che tutta l'e­mergenza di tale risoluzione risul­terà esaltata sul viale Miramare.
Il richiamo all'espansione ottocen­tesca di alcune città mediterranee più importanti è pertinente a nostro avviso anche di fronte a questo problema particolare.
La risoluzione a gradoni edificati ha, infatti, in diverse di queste città (si veda ad esempio il caso di Alge­ri e di Nizza) gli esempi più interes­santi.
Ciò che resta dell'edificio, ora de­molito, che insisteva sull'area og­getto del concorso è appunto uno zoccolo continuo in conci di pietra grigia, realizzato in due balze rac­cordate con una fascia a verde, interrotto nella sua parte mediana da una scalinata monumentale a due rampe giustapposte con arco cie­co centrale e realizzata nella stessa pietra dello zoccolo.
Di fronte a questo "frammento ar­chitettonico" della città ottocente­sca non si può restare convinti del­la semplicità e della sicurezza di questa soluzione. Una soluzione pienamente convincente (anche sotto il profilo urbanistico) al proble­ma della dimensione eccezionale dell'intervento e un richiamo peren­torio all'unità architettonica del complesso da costruire.
Abbiamo scelto di considerare un dato fisso e preliminare del proget­to il mantenimento di questo zocco­lo - o di ripeterlo se si vuole - as­sumendo, da un lato, la precisa indi­cazione formale, dall'altro, gli ele­menti stessi della sua costruzione: i materiali, la scalinata, l'arco d'ac­cesso ecc.
Uno zoccolo che ha la sua quota massima nel punto più alto del ter­reno, cioè all'angolo fra la via Boc­caccio e la via Ariosto, e che si di­spone come un grande terrazza­mento a uso pubblico che apre una importante visuale sulla città: oltre la ferrovia, sul porto vecchio, fino al mare. Una soluzione cioè che, se da un lato richiama una precisa idea architettonica della città ottocente­sca, dall'altro rimanda in modo inne­gabile all'esperienza della città clas­sica europea: dai progetti di embellissement, ai quai, alle corti aperte su particolari visuali e prospettive architettoniche ecc.
La scelta di assumere un unico ba­samento per un complesso di que­ste dimensioni è una scelta suffi­cientemente vincolante da portare con sé, per così dire, l'indicazione per la risoluzione di quanto dovrà innalzarsi su questo stesso basamen­to. Si tratterà in ogni caso - e il ri­chiamo agli esempi storici cui si è accennato è di per sé indicativo -di un blocco edilizio che dovrà, in qualche modo, contrastare con l'e­lemento monolitico di base: un complesso che, forse soltanto nella ripetizione, ha la possibilità di esse­re nello stesso tempo elemento di contrasto e anche riaffermazione del carattere eccezionale e unitario dell'insieme. Questa è appunto la scelta che risalta dalla soluzione planivolumetrica proposta dal pro­getto: la ripetizione di elementi tra­sversali uguali e disposti secondo un ritmo di immediata e semplice lettura. Di una lettura, però, non a tal punto semplificata da non tener conto, ad esempio, della successio­ne degli isolati, sia di quelli prospi­cienti la via Boccaccio, sia di quelli allineati sulla prospettiva del viale Miramare. È per questo che, dove la successione dei corpi paralleli si propone più ravvicinata, in questo stesso punto si richiama, anche in termini strettamente topografici, l'in­terruzione dei blocchi edilizi in corri­spondenza delle vie trasversali. Se sul viale Miramare, proprio per l'an­golazione prospettica che si preve­de (per l'ampiezza delle visuali e il carattere monumentale del viale al­berato), la ripetizione e la succes­sione ravvicinata prospetticamente dei corpi di fabbrica hanno una mo­tivazione abbastanza palese, lo stesso non potrebbe affermarsi per quanto riguarda la via retrostante.
La via Boccaccio è una strada che, richiamando in modo più diretto le dimensioni e le sezioni stradali del borgo teresiano, ha proprio nella cortina stradale compatta uno dei suoi elementi più importanti e carat-teristici sul piano formale.
Per tutta una serie di considerazio­ni, fra cui queste cui si è brevemen­te accennato, l'applicazione di uno schema tipologico a pettine, rivolto verso il viale Miramare, ci è sembra­ta l'unica soluzione convincente per un tema così vasto e generale - e nello stesso tempo così ricco di spunti particolari relativi alla sua col­locazione nel tessuto della città -come è questo dei nuovi uffici della regione.
Sul piano funzionale lo schema a pettine è uno schema largamente applicato negli edifici a destinazio­ne collettiva.
Per quanto riguarda gli edifici per uffici, si tratta di uno schema distri­butivo che risulta particolarmente efficace quando sia possibile man­tenere nettamente separate le diffe­renti funzioni nell'edificio.
Quando cioè, come nel nostro ca­so, l'elemento di raccordo dei corpi di fabbrica paralleli destinati a con­tenere gli uffici veri e propri racco­glie tutti i servizi comuni, come ascensori e scale, servizi igienici e locali d'attesa.
Ma al di là di una motivazione stret­tamente funzionale di questo sche­ma, ci preme mettere in primo piano il ruolo che questa scelta tipologica assume rispetto a una serie di que­stioni formali che la città in questa sua parte (attraverso i suoi propri caratteri formali, topografia ecc.) propone con estrema precisione all’architettura.
Il senso netto che assume cioè in questo caso la scelta tipologica ri­spetto al taglio dell'isolato, al valore architettonico delle strade su cui in­siste, al significato particolare e pri­mario che assume il basamento di pietra come fatto architettonico pre­minente della città in questa sua parte.
Si tratta, in definitiva, a partire da un lungo corpo semplice prospiciente la via Boccaccio, di una serie di corti aperte verso il mare e alte so­pra il viale alberato. Le corti sono in­teramente percorribili, come si è detto, come verde pubblico sopra il terrazzamento e, alla quota della strada, attraverso una via pedonale longitudinale porticata, che costitui­sce anche l'accesso principale all’intero complesso degli uffici.
La successione delle corti segue uno schema che non coincide con la dimensione dell'isolato, ma ri­prende, invece, quella degli isolati residenziali allineati sul viale Miramare.
Tale schema è costituito da due corti contigue separate da un cor­po doppio e limitate, alle estremità, da due corpi semplici.
La ripetizione di questa doppia corte entro la dimensione dell'iso­lato arriva fino alla netta e "acci­dentale" interruzione del corpo semplice longitudinale in corri­spondenza dei confini trasversali dell'isolato.
L'elemento a doppia corte si ripete affiancandosi a breve distanza (5 metri) a un altro elemento uguale; essi sono collegati fra loro da pas­saggi aerei che mettono in comu­nicazione i corridoi dei corpi sem­plici posti all'estremità di ogni ele­mento a doppia corte. Alla topo­grafia regolare di questa parte del­la città ottocentesca si sovrappo­ne, così, un secondo tracciato, anch’esso regolare e ortogonale, ma che non tiene conto della dimen­sione eccezionale dell'isolato in questione, avanzando, per così di­re, un'ipotesi ripetitiva che nega al­lo stesso tempo il principio della ri­petizione con il suo interrompersi esattamente sui confini assegnati.

Giorgio Grassi · Palazzo per gli uffici regionali a Trieste
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